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lunedì 30 giugno 2014



Franco Fortini, La Partenza

Ti riconosco, antico morso, ritornerai
tante volte e poi l'ultima:
Ho raccolto il mio fascio di fogli,
preparata la cartella con gli appunti,
ricordato chi non sono, chi sono,

lo schema del lavoro che non farò.
Ho salutato mia moglie che ora respira
nel sonno sempre la vita passata,
il dolore che appena le ho assopito
con imperfetta, di sé pietosa, atterrita tenerezza. 
Ho scritto alcune lettere ad amici
che non mi perdonano e che non perdono.
E ora sul punto di dormire,

un dolore terribile mi morde
come mille anni fa quando ero bambino
e lo chiamavo· Iddio, e Iddio è questo
ago del mondo in me.
Fra poco, quando dai cortili l'aria 
fuma ancora di notte e sulla città
la brezza capovolge i platani, scenderò per la via
verso la stazione dove escono gli operai.
Contro il loro fiume triste, di petti vivo, 
attraverso la mobile speranza che si ignora e resiste,
andrò verso il mio treno.

martedì 20 maggio 2014

Tina Modotti: Perché non muore il fuoco


TORINO // TINA MODOTTI// UNA RETROSPETTIVA

[Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini || Udine, 17 agosto 1896 || Città del Messico, 5 gennaio 1942]

Alla Corte Medievale di Palazzo Madama un appuntamento con Tina Modotti, la fotografa italiana a lungo dimenticata: operaia, emigrante, attrice, modella, antifascista, garibaldina di Spagna è tra gli artisti militanti più importanti del XX secolo. Sarà visitabile fino al 5 ottobre la retrospettiva a lei dedicata Perché non muore il fuoco che ripercorre tutte le fasi della sua esperienza di fotografa, dai primi scatti come modella negli anni '20, passando per l'impegno politico e sociale in Messico, fino alla fase Europea degli anni '30. Il percorso espositivo inizia con un sistema di specchi in cui Tina Modotti si trova dall'altra parte dell'obiettivo fotografico in qualità di attrice di Hollywood: dopo il matrimonio con il pittore "Robo", si trasferisce a Los Angeles dove inizia a recitare in una filodrammatica di italiani, ottenendo subito dopo l'ingaggio per il ruolo di protagonista nel film "The Tiger's Coat" di Roy Clemens. Ma è una carriera breve, una strada interrotta da un'altra passione, quella per la fotografia, maturata attraverso la relazione con l'amico e futuro compagno Edward Weston in seguito al trasferimento in Messico dove resterà per circa 10 anni, fermando, temporaneamente, la propria tendenza al nomadismo. A questo periodo appartengono gli scatti di Tina come modella e musa: sono scatti che la ritraggono nuda e bellissima, mentre piange o ride e mentre recita poesie per strada. Nella fase successiva del percorso espositivo Tina si trasforma da soggetto osservato a soggetto osservante attraverso un naturalismo astratto che è impressione del mondo sistemata all'interno di un ordine metafisico: dalle celeberrime calle, passando per lo studio del progresso tecnico e dell'estetica contemporanea, fino alle impressioni della realtà che iniziano a focalizzarsi sulla questione operaia ricercando nel paesaggio la presenza del proletariato. In Messico Tina definisce la propria arte fotografica in uno stile derivato dalla sintesi di elementi estetici e politici.
Nel 1927 si iscrive al Partito comunista messicano, entra in contatto con Diego Rivera, David Alfano Siqueiros e Clemente Orozco, membri del sindacato artisti fondatori del giornale El Machete; prende parte insieme a Frida Kalho e Diego Rivera al comitato per Sacco e Vanzetti,  partecipando alle dimostrazioni in loro favore. Risale a questo periodo l'incontro con il segretario del partito comunista cubano Antonio Julio Mella, che sarà assassinato davanti ai suoi occhi un anno dopo, nel 1929. A questa fase artistica appartengono le opere di maggiore impegno politico che portano Tina alla raccolta della quint'essenza della lotta politica messicana: il sombrero, le mani dei lavoratori, gli scaricatori, la bandiera, la chitarra, la pannocchia, la cartucciera [Illustration for a mexican song] gli scioperi, le folle, la povertà, i morti, sono i segni della realtà che oscilla tra la poesia, la bellezza e l'orgoglio del popolo messicano. 
Spiega così Tina Modotti, tutta la potenza del mezzo fotografico e tutto il senso della sua arte.
Niente è più convincente ed espressivo di ciò che si può vedere con i propri occhi. Sebbene si possa eccellentemente descrivere un attacco della polizia armata a una manifestazione operaia, un corpo di un operario calpestato dalla polizia a cavallo o un negro linciato da un brutale sanguinario carnefice, mai un'immagine disegnata, in forma verbale o scritta sarà convincente quanto può esserlo la riproduzione fotografica. Il fotografo è il più obiettivo dei grafici. Riprende soltanto ciò che, nell'attimo dello scatto, si presenta al suo obiettivo. E un'immagine fotografica è comprensibile in tutti i paesi, da tutte le nazionalità, come anche il cinema (le "immagini vive"), nonostante la lingua, il titolo o le spiegazioni. [Tina Modotti, A.I.Z., n. 3, Berlino 1932]. 
Ma gli anni '20, intensi, ispirati, sono solo una parentesi di un'intera vita dedicata alla ricerca e alla lotta. Negli anni '30 la Modotti fa ritorno nella sua Europa, stabilendosi dapprima a Berlino, provando ad inserirsi nel mondo del fotogiornalismo, per decidersi, invece, ad abbandonare la fotografia per la lotta politica: sarà instancabile attivista del Soccorso rosso internazionale in Russia prima, garibaldina di Spagna poi, combattente delle Brigate internazionali durante la guerra civile spagnola. Morì sola, a Città del Messico, il 5 gennaio 1942 colpita da un infarto mentre si trovava in un taxi che la stava riportando a casa.


Tina Modotti è morta di Pablo Neruda:

Tina Modotti, sorella non dormi, no, non dormi:
forse il tuo cuore sente crescere la rosa 
di ieri, l'ultima rosa di ieri, la nuova rosa.
Riposa dolcemente sorella.
La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua.
Ti sei messa una nuovaveste di semente profonda, 
e il tuo soave silenzio si colma di radici.
Non dormirai invano, sorella.
Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita:
di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,
d'acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea,
delicata struttura.
Lo sciacallo sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora protene la penna e l'anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango.
Nella mia patria ti porto perché non ti tocchino,
nella mia patria di neve, perché alla tua purezza
non arrivi l'assassino, né lo sciacallo, né il venduto:
laggiù starai tranquilla.
Non odi un passo, un passo pieno di passi, qualcosa
di grande dalla steppa, dal Don, dalle terre del freddo,
non odi un passo fermo di soldato nella neve?
Sorella sono i tuoi passi.
Verranno un giorno sulla tua piccola tomba
prima che le rose di ieri si disperdano,
verranno a vedere quelli di una volta, di domani,
là dove sta bruciando il tuo silenzio.
Un mondo marcia verso il luogo dove tu andavi, sorella.
Avanzano ogni giorno i canti della tua bocca
nella bocca del popolo glorioso che tu amavi.
Valoroso era il tuo cuore.
Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade
polverose, qualcosa si mormora e passa,
qualcosa torna alla fiamma del tuo adorato popolo,
qualcosa si desta e canta.
Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il tuo nome
quelli che da tutte le parti, dall'acqua e dalla terra,
col tuo nome altri nomi tacciamo e diciamo.
Perché non muore il fuoco.

[Messico, 1942]



venerdì 16 maggio 2014

Cadrò.

Alfonso Gatto a lezioni di bici da Fausto Coppi.

"La voce che io non so andare in bicicletta ha fatto il giro della carovana. Quando siamo in corsa non è male che Leoni mi sfreccia vicino facendomi l'occhietto, io cerco di sorridergli, ma quando lui è passato mi mordo le unghie per la vergogna. Credevo di trarre vantaggio dalla mia posizione, ora mi accorgo che la popolarità di cui godo è proprio il prezzo del disonore. Perfino i ragazzi all'arrivo mi aspettano per indicarmi: faccio finta di non sentire, ma le loro parole mi restano nell'orecchio e mi fanno arrossire anche quando dormo. "Sembra un vecchio campione" dicono "ed è soltanto un posa-piano. Lui a casa ha il triciclo" e via di questo passo. Hanno ragione. In bicicletta vanno tutti, le donne e i bambini, i preti e i soldati. Io soltanto no.

Coppi, che un è buon ragazzo, mi si avvicinato stamane mentre andavo al bagno e mi ha detto: "Perché non cerca di imparare? Se vuole, al pomeriggio le insegnerò io". Ho cercato di rispondergli: "Si immagini quale onore è per me; ma è come se un bambino che deve frequentare la prima classe abbia per maestro un professore d'Università". "Comunque, se vuole, dopo colazione vengo a prenderla in albergo. A quell'ora non ci sarà nessuno e troveremo una via deserta per gli esercizi". Alle due ero ad aspettarlo. Fausto è venuto in pantaloncini corti e si è incamminato con me. Strada facendo abbiamo parlato di tante cose, dei ricordi in comune che incominciavamo ad avere delle nostre famiglie, senza deciderci tuttavia ad incominciare. "Mi dica un po', come ha fatto a non salire mai su una bicicletta nemmeno da ragazzo?" mi ha chiesto ad un certo punto rimanendo col naso arricciato come sua abitudine. "E' molto semplice - ho risposto - non sono mai riuscito a stare in equilibrio più di un secondo, ed ho provato, sa, non creda che me ne sia stato con le mani in mano. Non ci riuscirò mai. Lei è per me come il gran medico che le famiglie chiamano solo quando il malato e bell'e spacciato".

"Proviamo", ha detto Coppi tagliando corto. Eravamo in una via deserta lungo un muro. Fausto si è messo in posizione reggendo la bicicletta. Mi sono issato in sella con molto sforzo e balbettando scuse incomprensibili. "Pedali forte, guardi davanti a sé". Le solite parole che dicono tutti. Anche Coppi non poteva che ripeterle. Che se ne fa della sua scienza un filosofo che sia costretto ad insegnare le aste ai bambini? "Pedalare forte". E presto detto, ma come? "Più forte, più forte - sibilava fra i denti Coppi che già incominciava a disperare - . Tenga il manubrio leggero, non guardi la ruota...". Quante cose da non fare in un momento? "Scendo - supplicavo - mi lasci scendere".

Per un attimo ho provato la dolcezza del volo, sapendo di cadere ed ero già caduto nella polvere come un guerriero antico. Coppi da lontano scuoteva la testa, con le mani puntate sui fianchi. Decine di curiosi erano affacciati dal muro, che prima sembrava dividesse il deserto e non si azzardavano nemmeno a ridere per la soggezione di vedersi Coppi davanti con l'aria del maestro. Non sapevo dove nascondere la faccia, mi veniva da piangere. "Ma io so nuotare - ho cercato di spiegare a Coppi e agli altri, accompagnandoli all'albergo - da ragazzo mi battevo per i trenta metri". Le mie parole sono cadute nel vuoto.

Ora sono chiuso in camera e sul mio diario vado scrivendo tristi pensieri e un triste proposito. Intanto tutta la città parla e sparla di me, i miei colleghi non sanno come comportarsi. Ma di una cosa sono certo: che se io sapessi andare in bicicletta sarei un campione. E' ridicolo che ci si serva di quella macchina da angeli per camminare come fanno tutti.

Cadrò, cadrò sempre fino all'ultimo giorno della mia vita, ma sognando di volare."


Alfonso Gatto, 6 giugno 1937

giovedì 8 maggio 2014

ITALIA O MORTE

Non dirmi che hai paura
di: Giuseppe Catozzella
[Feltrinelli, 2014]
Tra i dodici finalisti del PremioStrega.


Non capita tutti i giorni, a una vecchia cinica quale sono, di addormentarsi con la rabbia nel cuore, quello stesso cuore abitato da un disprezzo troppo solido, pietrificato per riuscire ancora a esprimersi in commozione. È il regalo che il tuo paese ti ha consegnato quando non eri già più bambina, quando la vita ti aveva detto altro e i sogni non erano già più disposti al compromesso. Il mio futuro è stato sempre tacitamente immaginato come qualcosa di già scritto: per quanti danni, errori e indolenza potessi aggiungere a quel disegno, sarebbe stato una passeggiata in discesa che conduceva a un lavoro a una casa, a un punto interrogativo che non poteva far paura. Tutto andrà bene. E sì, ancora ce lo diciamo, con le incazzature, gli strappi e le delusioni, i sacrifici che non portano a nulla, sì, tutto andrà bene. È il prezzo del benessere. L'illusione della resistenza del benessere è il prezzo che paghiamo per un'esistenza sottoposta al dominio di interrogazioni strutturali elevate a sistema. Così pensi di andar via, di mollare tutto, di tanto in tanto qualcuno ti suggerisce di partire, che chi te lo fare di stare qui. Così leggendo di Samia, pensi al suo di viaggio, e pensi ai suoi di sogni. Pensi che sei malata di occidentalismo e di rassegnazione, pensi che qui, in "occidente", siamo delle merde senza spina dorsale. Pensi alla storia di Samia che è tutta lì nelle tue mani, tra le pagine del libro troppo breve Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella, pensi alla sua vita che non puoi cambiare, ma che il tuo paese avrebbe potuto salvare e che, invece, ha lasciato che sprofondasse sul fondo del mare insieme ai suoi sogni.
Samia è stata un'atleta somala, nata a Mogadiscio nel 1991 e morta il 2 aprile del 2012, inghiottita  dal mar Mediterraneo, al largo di Lampedusa, mentre cercava di raggiungere le funi lanciate da un'imbarcazione italiana. Soltanto quattro anni prima Samia rappresentava il suo paese alle Olimpiadi di Pechino del 2008 nei 200 metri raggiungendo il record personale di 32''16 che le valse ugualmente l'ultima posizione della sua batteria. Samia non era una professionista: si presentò alle Olimpiadi denutrita e atleticamente impreparata, ma corse la sua gara con orgoglio nonostante le grida di incitamento del pubblico le dicessero che era ultima, che aveva catturato l'attenzione del pubblico in quanto ultima, in quanto la sua era la storia perfetta per i palati degli occidentali e per i loro ipocriti sentimentalismi. Ma lei voleva vincere per il suo paese, tornare nel suo paese, riscattare la Somalia per suo padre e per sua sorella e per tutti quelli che alla Somalia non erano sopravvisssuti. Correva di notte nel buio del burqa, per le strade di Mogadiscio correva tra i miliziani e correva nonostante la morte, la perdita e l'abbandono di tutti i suoi affetti; ma il suo paese non la vedeva mentre correva e alla fine Samia decise di partire: avrebbe partecipato alle Olimpiadi di Londra. Attraversò mezzo mondo su una jeep, attraversò la galera, la disperazione, la malattia, attraversò il deserto e infine vide il mare. Si potrebbe credere che la morte di Samia possa essere stata un espediente per affermare che le migliaia di vittime del Mar Mediterraneo non sono tutte uguali, perché la sua di morte, la morte di un'atleta olimpica, sarebbe una morte particolarmente tragica. Ma no, non è questo. Catozzella non ha costruito una favola del nostro tempo ma si è limitato a raccontare una vita, una storia che se ha dell'esemplare è soltanto per la sua natura trasversalmente agghiacciante. Lo sai sin dall'inizio che Samia non si salverà, sai che il suo sogno di correre libera e nuotare in quel mare che le è stato vietato sin da quando era bambina potrà realizzarsi soltanto nella morte. E sai che la morte di Samia, e delle altre migliaia di vittime del Mediterraneo ricade sulla testa del tuo paese, sottoscritta dall'indifferenza del tuo vicino di casa e dalla casalinga di Voghera che non incontrerai mai. Un paese senza spina dorsale. Un paese assassino.

È un libro a cui è difficile aggiungere qualcosa, un libro difficile da digerire.


Le vittime del Mediterraneo sono più di 23 mila in 14 anni, un numero spaventoso, peraltro impossibile da verificare con certezza (molte vittime non sono mai state registrate). Di seguito un estratto dei risultati dell'inchiesta "The Migrant Files", ad oggi tra i database più completi sul fenomeno dei migranti, un lavoro di dieci giornalisti da sei paesi europei, in parte finanziato dalla Journalism Fund, pubblicata in Italia dai giornalisti di dataninjas in esclusiva con L'Espresso: "Migranti: la guerra del Mediterraneo".

I morti di Lampedusa
Dai “Migrants Files” emerge chiaramente come una delle tratte più pericolose sia quella che coinvolge le acque del Mediterraneo tra l’Africa e il sud Italia: un vero e proprio cimitero sommerso, come fosse il campo di una battaglia per la sopravvivenza che i migranti combattono contro il mare e le guerre che si lasciano alle spalle, salendo sui barconi della morte che li dovrebbero portare verso la libertà. Non bastano i radar costieri e le avanzate tecnologie di sorveglianza: facendo le somme, tra il 2000 e il 2013 almeno 6.400 tra donne, uomini e bambini sono morti nel tentativo di raggiungere Lampedusa (quasi 8.000 se si allarga lo spettro all’intero Canale di Sicilia). 


Per i migranti attraversare il Mediterraneo rappresenta un rischio altissimo: il tasso di mortalità delle rotte via mare risulta essere di gran lunga superiore rispetto alle rotte via terra. La rotta più pericolosa è quella della quale noi italiani sentiamo spesso parlare, tra l’Africa e Lampedusa (quasi il 4% di morti e dispersi sul totale di avvistati nel 2012), certamente maggiore delle pur tragiche rotte della morte a Est del Mediterraneo (tra Grecia e Turchia, il 3,4%) e a Ovest (Canarie e Spagna, il 3,0%). Guardando esclusivamente all’Italia, per cui si hanno dati più recenti, nel 2013 ha perso la vita un migrante ogni 60 sbarcati sulle nostre coste (l’1,67 per cento), come risulta dal confronto tra morti e dispersi dei “Migrants Files” e i migranti sbarcati censiti dal Ministero dell'Interno. Accanto a questi, poi, ci sono i molti migranti che muoiono lontani dai confini d’Europa, come quelli intercettati dalle forze armate in Libia o Marocco, incentivati dagli accordi presi tra i governi europei e africani, o quelli sorpresi al confine tra Egitto e Israele.

Qui il testo integrale: Migranti, la guerra del Mediterraneo




martedì 29 aprile 2014

Alfonso Gatto "in giro" sognando di volare


Da "L'Unità" del 31 dicembre 1983 || articolo pubblicato in occasione dell'uscita del libro di Luigi Giordano “Sognando di volare – Alfonso Gatto al Giro e al Tour” edito da “Il Catalogo” che raccoglieva gli scritti sportivi del poeta Alfonso Gatto.


[…] Per i compagni e i lettori più giovani, sarà bene ricordare che Gatto, poeta sensibile e dolce, uomo della Resistenza, e della generazione del Pratolini, del Gianni Puccini e del Giansito Ferrata, seguì per l'Unità, in una stagione di grandi battaglie, di speranze e di fiducia, due Giri d'Italia.
Il Paese era appena uscito dalla guerra a prezzo di grandi sacrifici e di immani distruzioni e pareva futile e di "scarso impegno" per uno scrittore, occuparsi di sport in tempi in cui urgevano ben altri problemi. Le conquiste democratiche non erano state ancora consolidate, si faceva letteralmente la fame e le discriminazioni anticomuniste erano davvero feroci.
La polizia di Sceiba, spesso sparava contro gli operai che reclamavano soltanto pane e lavoro. Gli strumenti di comunicazione di massa erano agli esordi: non c'era la televisione, si leggevano pochi libri e ancor meno giornali.
Ma il gusto della libertà ritrovata, dopo la dominazione nazifascista, era, per tutti, una specie di ubriacatura. In quella ubriacatura collettiva, rientravano anche le grandi sfide tra Bartall e Coppi, i due non dimenticati campioni del ciclismo.
Alfonso Gatto, insieme a quel grande giornalista sportivo che era Attilio Camoriano fu invitato allora da Ingrao, direttore dell'Unità, a scrivere per i lettori del giornale del PCI sul grande fenomeno del momento: il ciclismo. Ovviamente lo fece sempre da par suo. Allora, stare su una automobile con le insegne dell'Unità in mezzo ai «girini» e percorrere l'Italia da Milano alla Sicilia, significava anche ricevere l'abbraccio (in senso letterale e completo) e i fiori di migliala di compagni, che vedevano nel passaggio di quell'auto (sia detto senza retorica) la presenza del partito e il continuo riannodarsi di quel “filo rosso” che legava piccoli e grandi centri, le città, le campagne, i compagni operai ai compagni braccianti. Quell'auto, insomma, era un simbolo, una presenza «dentro» quello straordinario avvenimento che erano i Giri d'Italia Per questo abbiamo
scelto due degli articoli che Alfonso Gatto scrisse ogni sera, nel 1947 e nel 1948, scendendo coperto di polvere da quell'auto dopo aver macinato, per tutta la giornata, decine di chilometri in mezzo ai «girini», con i tecnici, passando tra due ali di sportivi e di compagni entusiasti.
Wladimiro Settimelli

In cima al Pordoi || Trento, 12 giugno 1947


Col fazzoletto legato sotto gli occhi come un bandito, Binda correva dietro Coppi per la discesa del Pordoi. Eravamo alla sua ruota.

In quei momenti la maglia rosa di Bartali a poco a poco si sfilava. Il Giro aveva rotto tutti i vincoli, aveva sciolto tutte le riserve. Era giusto che anche Binda volesse mettersi nella polvere la sua vecchia maschera di eroe. Sul Falzarego Bartali sembrava crepato. Quel pinocchietto di Fausto gli fece "ciao" con tutte le cinque dita aperte sul naso. La scalata al Pordoi visibile da rampa a rampa, con quel Coppi in cima che filava regolare, toccando a poco a poco il cielo con la schiena, e quel Bartali in basso che era ormai già chino a raccogliere i minuti della sua sconfitta ed a farsene un rosario, è stata per me che la vivevo in piedi, sul predellino della macchina,una vittoria degli occhi, delle mani, della bocca. 

La vittoria di Coppi è bellissima: questo era veramente "Il Giro" della mia infanzia. Lassù sul Pordoi quelli che con me hanno visto Coppi mordere vittoriosamente la strada inghiaiata, si sono sentiti per un attimo come sospinti nella vertigine. Tutti abbiamo udito parole incomprensibili, tutti ci siamo visti ridicoli e siamo stati contenti di esserlo e di dimostrarlo. La gara poteva dirsi ancora aperta, ma l'uomo che doveva essere il protagonista era già all'oscuro del terreno che ad ogni passo perdeva o guadagnava. Da allora, per tutta la strada, egli ha visto davanti a sé mani aperte ad indicargli e spesso a mentirgli, per incoraggiamento, i minuti del distacco; questa affettuosa pietà era per noi come una sferza. Chiedeva anche quanto distassero da lui i suoi inseguitori, uomini che fino ad ieri sembravano di un'altra razza. Se poi è riuscito a guadagnare qualche minuto, ha perduto il cielo e la terra che prima lo mostravano, come ai tempi delle vittorie, un punto rosa in vetta alle salite, un punto rosa nella valle come una nuvola di polvere. Ma io non mi rassegno alla sorte nella quale egli è finito con l'abbandonarsi. La sua immagine si è come cancellata, è come scomparsa nel gruppo: il campione rappezzava la propria maglia di verde, di viola, di rosso, di tutti i colori con cui la sorte cercava di vestirlo ora che era nudo. Coppi non sapeva nulla di questa grande tragedia che noi avevamo vissuto con i nostri occhi. Tragella se la covava con le ali aperte della sua giacca a vento; la macchina teneva dietro al suo passo sciolto; tutti seguivano lui: gli scatti improvvisi, le impennate furiose, i ghiribizzi nel seguire il ciglio della strada, le larghe discese su Ora che era al fondo della valle, ove un traguardo a premio ricordava Antonino Desiderato, il giornalista morto l'anno scorso alla sua prima scoperta del "Giro" in vista di Trento.

Belzebù ha fatto cadere Bartali || Viareggio 18 maggio 1948

Nelle prime ore del pomeriggio del 18 maggio 1948 - ricorda lettore - all'improvviso abbiamo visto scomparire il Giro, sotto il diluvio che sommergeva Pistoia. Qualche furgone pubblicitario colava a picco nell'improvviso fiume che correva ai margini della strada: tutta la carovana era scomparsa, perduta nelle nebbie. Soltanto un girino si era salvato: era rosso come il diavolo e correva, correva in una nuvola di vapore. Era Luciano Maggini, precipitato insieme ai fulmini e con le saette dalla cima della Porretta. Udivamo grida da una folla invisibile, che doveva esserci qualche minuto prima, entravamo dietro di lui in una città deserta. Lo seguivamo e come a tratti la sua fosforescenza ci faceva luce in quel mondo lugubre su cui stava scendendo una sera precoce. Il Giro aveva questa volta per traguardo l'Inferno: da quel diluvio universale non saremmo più emersi, certamente correvamo già sotto le acque, forse eravamo già morti e lui, Maggini, il diavolo rosso, ci portava via la nostra anima ancora inebriata dalla fulminea discesa della Porretta. Poi come le voci di richiamo che emettono i gondolieri quando voltano per i canali, si è udito un "oh" lungo, prolungato, e a quel grido, tre, quattro, cinque ombre sono balenate slittando tra due falde di acqua. Un'apparizione con loro: Coppi. Aveva regolato i suoi occhi e il suo saltellio di ranocchio proprio in mezzo all'acqua. Era pallido, verde, nel bianco fantasma della maglia.Scomparsi di nuovo. All'orizzonte erano ora due le maglie rosse, non più una. Maggini e con lui Bresci, staccatosi dal gruppo delle ombre e rivenuto a pescare il suo compagno all'Inferno. E Coppi? Non poteva che essere laggiù, nel cielo che improvvisamente si era fatto azzurro e dolce come la Versilia. C'è sembrato quasi di emergere dalle acque, aprendo il tetto della macchina in quel fruscio di alberi verdi e luminosi, che ancora tintinnavano di pioggia, sporgendoci a vedere Coppi che filava sull'autostrada, incerto tuttavia se resistere per il modo fulmineo e selvaggio come si era trovato solo quasi con l'aiuto dell'Inferno. Su di lui, a poco a poco, si sono ricongiunti tutti; sembrava che avessero bisogno di sentirsi vivere di nuovo insieme dopo che avevano visto il diavolo in persona, vestito da girino. Chi avrebbe ami detto, miei cari lettori, che in questa tappa scivolata via nel modo più stucchevole per trenta chilometri, Belzebù ci aspettava sulla Porretta? è stato lui, ve lo assicuro che ha fatto cader Bartali per la rabbia di averlo passare primo in vetta. Anche la primavera quasi balneare di Viareggio, è scialba e incolore per un uomo come me che si è salvato dalle acque. Mi sento grande e terribile come Mosè, e il giro è ormai una grande arca colorata dove dormiremo bene, questa notte, dopo essere andati al ballo insieme a quel giovanotto di Casola che sta già indossando, mentre vi scrivo, l'abito della festa. Domani per noi è domenica. Così è scritto sulla tavola della nostra Legge. 

Alfonso Gatto

Nella prossima puntata...cadrò sempre fino all'ultimo giorno della mia vita, ma sognando di volare.

mercoledì 23 aprile 2014

Giuliano Gabriele



GIULIANO GABRIELE
TARANTELLA DA ESPORTAZIONE
di: Serena Di Sevo

Una freddissima serata di primavera che ce n'è una ogni 10 anni. Si conclude così, con un batter di denti, l'Anteprima del Festival degli Antichi Suoni. Un festival che era stato aperto da un freddo altrettanto austero dall'etnomusicologo Mimmo Cavallaro, con il suo sound potente e raffinato, costruito sulla presenza di una materia misteriosa e ancestrale confluita nell'ultimo lavoro discografico Sacro et Profano. Un Festival che hai freddo ma non vai via, resisti fino alla fine. Dopo il concerto dei Kiepò, Angelo Loia e Marco Bruno, l'apertura dell'ultima serata è affidata al felice connubio di giovanissimi musicisti capitanati dal cantautore italo-francese Giuliano Gabriele che unisce da sempre alla passione per il canto tradizionale, lo studio di strumenti come l'organetto, la zampogna e il tamburo a cornice. La sua voce viscerale eppure classica che sembra rivendicare la riscrittura di una tradizione musicale che pur si vuole omaggiare, si arresta per dare spazio all'altro ospite della serata, Mimmo Epifani (lo intervisto qui), un "genio" del mandolino, che raggiunge la giovane formazione sul palco aggiungendo un momento di estro che è cristallina esperienza del mondo. Fa ancora freddo ma rimaniamo incollati a terra ad ascoltare il ritorno di Giuliano Gabriele, il cuore, l'energia, la passione di una formazione di musicisti che appartiene a pieno titolo al movimento di rinascita del folk italiano. E dopo tanto freddo, una sambuca e due chiacchiere. 


Partiamo da chi sei tu, Giuliano Gabriele.

Giuliano Gabriele più che un io è un noi...noi perché mi piace coinvolgere tutto il gruppo di musicisti con cui collaboro da cinque anni: Lucia Cremonesi, Eduardo Vessella, Gianfranco De Lisi, Gianmarco Gabriele e Giovanni Aquino, sono loro vicino a me l'anima di tutto il progetto, un progetto giovane, con una media di età che oscilla tra i 26 e i 27 anni. Inoltre per me è molto importante sottolineare il fatto che veniamo dalla provincia di Frosinone perché credo, e lo dico sempre, che è da quel lato lì che inizia il vero sud, dopo di noi tutto cambia: così quando andiamo a Roma ci prendono per napoletani, e quando andiamo a sud ci prendono per romani...siamo lì, sulla linea, dove inizia il sud. 

Parlami del vostro ultimo progetto “Tarantella Madre”.

Tarantella Madre è il progetto che prevede l'uscita di un disco a settembre in cui riprendiamo in considerazione tanti testi della tradizione del sud e in cui proponiamo anche delle cose originali tra cui un pezzo in italiano dal titolo “Tarantella Madre” che è forse la proposta più difficile da fare all'interno del nostro genere musicale...non è una cosa semplice.

Un progetto che prova a modernizzare e in qualche modo a sporcare la musica popolare pura. E così? Perché?

Parte un po' dalla nostra curiosità di esplorare la world-music in generale e dalla passione che abbiamo nei confronti della musica nei suoi diversi generi e questo si sente quando suoniamo perché c'è sempre un po' di rock un po' di jazz un po' di blues, world, mediterraneo...

Secondo te qual è la strada che dovrebbe intraprendere la musica popolare nel tempo, andare sempre più indietro alla ricerca delle origini oppure cercare di trattare in modo diverso le sonorità e i temi della tradizione?

Credo assolutamente che le due cose vadano a braccetto...la continua ricerca sui testi, sulle filastrocche e sulle origini è importante per poter intervenire con la propria sensibilità e andare a contaminare la tradizione con la modernità. Deve essere una ricerca che va nelle due direzioni, sia avanti che indietro...non sono assolutamente d'accordo con la posizione di chi ritiene che la musica popolare debba essere una cosa da puristi e sono sicuramente per la sperimentazione e la ricerca, una ricerca che però deva essere fatta con criterio e con attenzione...tanto più in questo momento storico in cui esiste un vasto movimento di riscoperta che porta moltissimi giovani musicisti ad interessarsi agli antichi strumenti come l'organetto e la zampogna per esempio, strumenti che erano scomparsi e che venivano suonati esclusivamente da persone anziane. Ora invece sono moltissimi i giovani che si approcciano al genere in modo professionale. Tutto questo è il segno di un cambiamento in atto che porterà sicuramente il genere in avanti, un cambiamento che si vede, che si sente nella passione e l'interesse che esiste intorno al genere, la voglia di ballare, di ascoltare, di partecipare...

Tu sei insegnante e direttore di festival, oltre che musicista e cantante, ma hai avuto anche esperienze di teatro che peraltro traspaiono dal modo in cui gestisci la tua presenza sul palcoscenico...

L'esperienza col teatro è stata un'esperienza bellissima che mi è capitata un po' per caso e che mi ha dato la possibilità di fare una tournée con artisti importanti...sicuramente ha lasciato il segno, anche perché mi piace immergermi completamente nella musica quando sono sul palcoscenico, ma è qualcosa a sé che non so se rifarò mai in futuro. Sono insegnante, faccio dei corsi di musica, ma sono soprattutto un musicista: la parte più importante del mio lavoro è l'esperienza live. Anche i festival sono entrati nella mia vita e sono per me molto importanti...ho la direzione artistica di alcuni festival in provincia di Frosinone alcuni dei quali sono cresciuti molto nel tempo, per esempio il “Tarantelliri”, che negli ultimi anni ha iniziato ad affermarsi a livello nazionale...se ne parla e soprattutto la gente partecipa! Sognavamo di portare a Frosinone un po' di Salento e un po' di Calabria che accolgono questi festival incredibili dove si balla fino a notte fonda...direi che ci siamo riusciti.

Cosa puoi dirmi dei vostri progetti futuri?

L'uscita del disco è prevista per settembre. Il disco è parte di un progetto in cui credo molto e che è stato pensato anche per una promozione all'estero. Io sono sempre stato attratto da questi grandi festival che esistono in giro per il mondo e che funzionano davvero molto bene; in Italia facciamo ancora molta fatica a stargli dietro, un po' per le difficoltà economiche un po' per altri fattori, ma io sogno di portare questo spettacolo in giro per l'Europa, portare lì la nostra musica nazionale...la tarantella! Tecnicamente la tammurriata, la pizzica e la tarantella vengono distinte, però nella mia testa sono un'unica cosa e vorrei portarle in giro chiamandole così: è la tarantella, la nostra musica nazionale.

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Festival Tarantelliri: Pagina ufficiale

venerdì 18 aprile 2014




Mimmo Epifani
Mandolinate on the road
di: Serena Di Sevo 


È la notte del 13 aprile 2014. Si è appena concluso il concerto di Anteprima dell'ormai storico appuntamneto estivo con il Festival degli Antichi Suoni nel borgo medievale di Novi Velia in provincia di Salerno. L'esibizione di Mimmo Epifani, unitamente all'uscita del suo nuovo disco “Pe I Ndò” è l'occasione per scambiare due chiacchiere con il virtuoso del mandolino e della mandola nato a San Vito dei Normanni, paese in cui si presume sia nata la pizzica e la taranta, che a partire dalla passione per le tradizioni popolari ha creato nel tempo un sound composito e moderno, contaminando il suono del mandolino con esperienze musicali diverse: jazz, raggae e ritmi ska e diventando musicista internazionale con una forte tendenza all'indipendenza e all'esplorazione musicale. Sempre in viaggio, Mimmo Epifani ha collaborato con Roberto De Simone, Eugenio Bennato, Ambrogio Sparagna, Acquaragia Drom, Navegante, Avion Travel e negli ultimi anni tra i principali protagonisti della Notte della Taranta.

Parliamo innanzitutto di te. Sei pugliese, ma sei un viaggiatore, un esploratore di culture diverse. Chi è Mimmo Epifani?

Non sono un viaggiatore di natura ma è stata la musica che mi ha portato a viaggiare e soprattutto il mio strumento, il mandolino, che mi spinto a farlo conoscere in giro per il mondo, insieme allo spirito, alla curiosità di conoscere posti nuovi, cibi nuovi, sapori. Uno strumento ti spinge a vivere esperienze sempre nuove, ad incontrare persone, musicisti che poi porti con te quando torni a casa...Se mi trovo in Marocco penso: “Chi ci ritorna più in Marocco?”. E allora faccio la mia musica e ci metto un po' di Marocco dentro, per ricordarmi di quel viaggio, di quell'esperienza. 

Il tuo ultimo lavoro discografico si chiama “Pe I Ndò”. Raccontaci come è nato, del suo significato.

Il disco parla del viaggio, del partire e del ritornare, della viandanza, delle radici, dell'appartenenza. Il titolo viene da una poesia del mio caro amico Raffaele Marchetti a cui ero molto legato e che purtroppo non c'è più. “Pe I Ndò” significa “per andare dove” ed è la domanda che Raffaele poneva ai ragazzi che vedeva partire, lasciare la propria casa alla ricerca di un lavoro o per inseguire un sogno. Ma per andare dove? Si chiedeva Raffaele, perché andate là quando qui a casa vostra potete fare delle cose? Il disco è stato registrato nel paese di Raffaele, Giulianello.

Spiegaci come lavori. Ti senti più uno studioso, un ricercatore o un musicista d'ispirazione?

Io non nasco come un compositore, credo che nessuno nasca compositore, io nasco come musicista, anzi, come un allievo barbiere: ho impararto a suonare il mio strumento in una barberia a San Vito dei Normanni in provincia di Brindisi, dove si tenevano lezioni di mandolino ma anche di chitarra e fisarmonica dai maestri Costantino Vita, barbiere e musicista, e "Maestro" Peppu D'Augusta. Ero andato da questo barbiere per imparare un mestiere e ho appreso le canzoni e le melodie che accompagnavano il lavoro, però erano delle musiche specifiche, che si suonavano solo in quel contesto, e che creavano un'arte dal repertorio molto limitato. Ecco...solo dopo aver appreso quell'arte, ho cominciato a comporre.

Quale credi sia il futuro della musica popolare? Che strada dovrebbe prendere? Cercare nuove strade, nuovi temi, o andare sempre più indietro radicalizzando così la sua vocazione “archeologica”?

Più che della musica popolare io parlerei delle strade che devono prendere i musicisti per creare questa magia. Dovrebbero prima imparare come si suona e come si suonava originariamente uno strumento, dovrebbero andare dalle persone anziane, vedere come vivono, capire come vivevano e solo a questo punto presentare la loro esperienza su un palco con le dovute contaminazioni della modernità. Questa è la strada della musica popolare. Ormai prendiamo spunto dai balcani, spunto da qua e da là ed è un gran macello. Ricercare le proprie origini è fondamentale per i musicisti che si avvicinano a strumenti tradizionali come la chitarra battente, l'organetto o il mandolino. Non bisogna necessariamente rimanere ancorati all'utilizzo dello strumento così com'era nell'800, come non possiamo parlare un dialetto o una lingua che si parlava 200 anni fa e non possiamo vestirci come 100 anni fa, semplicemente bisogna avvicinarsi al passato e agli strumenti tradizionali con rispetto.

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martedì 8 aprile 2014

Il Premio Internazionale di poesia Alfonso Gatto



Da La Mandragola dell'8 aprile 2014

...e nulla c'è che mi distolga dal credere ancora oggi che la terra e gli uomini abbiano bisogno d'essere amati dal mio sguardo, suscitati nella terra, forti, vittoriosi nella splendida materia delle parole. Le polemiche, le definizioni mi hanno lasciato intatto il mio brusco modo di sentirmi vivo e di riconoscere la poesia con franchezza, come un fatto, come una cosa.
Trenta, e andrebbero festeggiati: sono gli anni del prestigioso appuntamento salernitano “Premio Internazionale di Poesia” che, organizzato per la prima volta quest'anno dalla Fondazione Alfonso Gatto con il Lions Club “Salerno Hippocratica Civitas”, si avvia ad essere un'edizione che ha tutti i requisiti per riuscire come l'anno zero del Premio stesso. Costituita nel 2011 per iniziativa degli eredi del grande poeta salernitano per diffonderne l'opera, specialmente minore, attraverso la curatela di editi e inediti e attraverso la promozione di iniziative culturali, laboratori di scrittura, laboratori per songwriter, progetti per le scuole, teatro, etc., la Fondazione Alfonso Gatto si propone l'ambiziosa finalità di promuovere autori inediti e opere prime e diventare un punto di partenza per una nuova stagione della poesia italiana contemporanea, provando a accrescere sempre più il prestigio del Premio, che rappresenta ad oggi il più importante del meridione, e che ha negli anni riconosciuto l'opera di grandi poeti contemporanei come Edoardo Sanguineti, Corrado Calabrò, Luciano Luisi, Dante Maffia, Maurizio Cucchi, Giuseppe Conte, Davide Rondoni, Paola Mastrocola.
Il poeta. “Voglio che la poesia sia la sola a dire chi sono, come sono vissuto e perché, e con la naturalezza che le è propria”. Nato a Salerno il 17 luglio 1909 da una famiglia di origini calabresi di marinai e armatori. La sua infanzia e l'adolescenza vennero segnate dal dolore per la perdita del fratello Gerardo e da difficoltà economiche che gli impedirono di portare a termine gli studi (si era iscritto alla facoltà di Lettere di Napoli). Ebbe una vita irrequieta e avventurosa trascorsa in continui spostamenti e nell'esercizio di molteplici lavori. Dapprima commesso di libreria, in seguito istitutore di collegio, correttore di bozze, giornalista, insegnante. Fin dal suo esordio narrativo nel '32 con l'Isola, /universo che mi spazia e m'isola, poesia/ Gatto ebbe come riferimento imprescindibile L'Allegria di Ungaretti, ma divenne voce di un dire dalla forte vocazione politica, che unitamente alla concezione della poesia come strumento di conoscenza di sé e di analisi della realtà storica, lo portarono a farsi “cronista della storia delle vittime”. Nel 1936, a causa del suo dichiarato antifascismo, venne arrestato e trascorse sei mesi nel carcere di San Vittore a Milano. Nel '43 aderì alla Resistenza e al Pci da cui uscì nel 1951 in forte polemica. Nel dopoguerra, Gatto attenua il simbolismo e l'ermetismo che avevano caratterizzato gli anni precedenti in favore di un canto che si abbandona ad un realismo visivo e popolare. Collaboratore dopo il trasferimento a Milano di molte riviste di avanguardia come “Ruota”, “Primato”, “Circoli”, “L'Italia Letteraria” e fondatore nel 1938 della rivista “Campo di Marte” con Vasco Pratolini, fu inviato speciale de “L'Unità” per cui seguì insieme ad Attilio Camoriano due stagioni (del '47 e del '48) del Giro d'Italia. Autore di moltissimi scritti e protagonista di momenti importanti della cultura del nostro paese morì nel 1976, a 67 anni, dopo essere rimasto gravemente ferito in un incidente stradale nei pressi di Orbetello. Le sue più importanti raccolte di poesie sono: Isola (1932), Morto ai paesi (1937), Poesie (1939), L’Allodola (1943), Amore della vita, Rosa e ballo (1944), Il sigaro di fuoco (poesie per bambini, 1945), Il capo sulla neve (1949), Nuove poesie (1950), La madre e la morte (1950), La forza degli occhi (1954), Poesie (1961), Osteria Flegrea (1962), Il vaporetto (poesie per bambini, 1963), Desinenze (1977). Tra i premi, il Viareggio nel 1966, per La storia delle vittime.
Della sua città scrisse: Salerno, rima d'inverno, / o dolcissimo inverno. /Salerno rima d'eterno.../
Serena Di Sevo




Il bando. Il premio si articola in due 
sezioni: Sez. A – Opera Prima di Poesia e Sez. B – Autore inedito. Per la Sez. A, Opera Prima di Poesia si concorre inviando una raccolta poetica, di autore italiano
o straniero, scritta in lingua italiana e pubblicata dopo il 1 gennaio 2013. Le opere, in numero di 6
 copie, dovranno essere accompagnate da una dichiarazione di partecipazione al
 Premio con firma autografa, indirizzo e telefono. Il vincitore riceverà un premio di €
1.000,00 (euromille/00).
Per la Sez. B, Autore inedito, si
concorre inviando una raccolta inedita di poesia in lingua italiana
composta da almeno 10 liriche. La raccolta vincitrice verrà pubblicata a cura delle edizioni del “Premio
Alfonso Gatto” e all’autore sarà attribuita una borsa di studio per un percorso formativo.
La partecipazione comporta la
compilazione di un Modulo di iscrizione ed il versamento di una
quota di iscrizione. La quota di iscrizione per testi con numero di battute inferiore o uguale a
seicentomila, spazi inclusi, è di € 30,00 (euro trenta/00). La ricevuta del pagamento della quota di
iscrizione dovrà essere inviata in forma cartacea o in formato digitale all’indirizzo di posta premio@alfonsogatto.org.
L'autore dell'opera prima può aver 
pubblicato, e partecipare con essa, una sola “opera prima” di poesia in
forma di libro autonomo, sia cartaceo che e-book, presso case editrici a distribuzione nazionale e
locale. L’autore deve essere in possesso dei diritti sull’opera presentata.
 Le opere devono essere inviate entro e non oltre il 31 maggio 2014.

Saranno ammesse al giudizio della 
Giuria le opere selezionate dal “Giuria di lettori” Gatto. Il libro del
 vincitore, inoltre, sarà munito di una fascetta recante la scritta
 “Vincitore Premio Alfonso
Gatto”.

La Giuria del premio, il cui giudizio
è insindacabile, è composta da 5 membri, scelti dall’organizzazione
del “Premio Alfonso Gatto” (Davide Rondoni – Prof. Dante Maffia– Nicola Vacca – Prof. Luigi Reina Presidente: Prof. Francesco De Piscopo)
Tutti i partecipanti non potranno
essere rappresentati da un agente. Tale condizione deve permanere
dal momento dell’inizio del concorso fino alla Cerimonia di premiazione.

I nomi dei Finalisti verranno resi
noti dieci giorni prima della Cerimonia di premiazione che si
terrà a Salerno entro il 10 luglio
 2014.

Nel caso in cui, per cause
tecniche, organizzative o di forza maggiore, non fosse possibile, in
tutto o in parte, uno svolgimento
del Premio secondo le modalità previste, l’organizzazione del
Premio Alfonso Gatto prenderà gli opportuni provvedimenti e ne darà comunicazione attraverso il sito
www.alfonsogatto.org
La modulistica e tutto ciò che
 concerne l’invio delle opere e il versamento si trova sul sito
www.alfonsogatto.org nella
sezione dedicata al “Premio Alfonso Gatto”.
La partecipazione al Premio 
comporta l’accettazione e l’osservanza di tutte le norme del
 presente regolamento.
Scadenza: 31 maggio.